Venezia, 4 marzo 2026. La fiamma paralimpica di Milano Cortina 2026 attraversa i canali, le calli, i ponti di una città che non smette mai di stupire. Ma quel giorno, per chi era lì, lo stupore aveva un nome preciso: Mariana.
Vestita di bianco, la torcia in mano, gli occhi che brillavano più della fiamma stessa. Non era una sportiva d’élite, non era una campionessa da copertina. Era qualcosa di più raro: una persona che per un giorno ha smesso di essere invisibile.
Perché il mondo, troppo spesso, tende a mettere in secondo piano chi fatica di più. Chi ogni mattina affronta ostacoli che gli altri non vedono, non immaginano, non considerano. Mariana lo sa. Lo sa da sempre. Eppure quel giorno, camminando sul selciato veneziano con la fiamma alta, qualcosa si è rotto, o forse si è finalmente aperto.

Le Paralimpiadi non sono solo competizione.
Sono un manifesto. Dicono ad alta voce che la disabilità non definisce il limite, che la difficoltà non è sinonimo di margine, che la vita, anche quella più complicata, merita spazio, luce, riconoscimento.
Mariana, con quella torcia in mano, ha incarnato tutto questo senza dire una parola. Ha camminato, ha sorriso. Ha lasciato che la fiamma parlasse per lei.
E per chi c’era, tra i palazzi gotici del Canal Grande, nell’aria grigia di un marzo veneziano, è stato impossibile non sentire qualcosa stringersi al petto.
Certe immagini non si scattano. Si ricevono.




