il 31 di dicembre

Il 31 dicembre è un po’ come l’ultima salita da pedalare. Non è detto che sia la più lunga, né la più ripida. Ma è quella che pesa di più, perché arriva quando le gambe hanno già raccontato la loro storia e la testa ha già consumato gran parte delle parole. È l’ultimo sforzo di un giro che dura trecento sessantacinque giorni: un viaggio fatto di partenze e rientri, di entusiasmo e stanchezza, di giornate in cui senti di essere leggero e altre in cui ti trascini come se avessi una borraccia piena di pietre.

È la fine di un percorso importante, vissuto senza pause reali.

Perché l’anno non concede neutralizzazioni: scorre e basta, mentre tu provi a stare al passo con ciò che accade, con ciò che scegli, con ciò che ti accade addosso. E quando finalmente arrivi qui, all’ultimo giorno, ti accorgi che hai speso quasi tutto. Hai usato le energie che avevi messo da parte “per dopo”, proprio per quel momento in cui la benzina sta per finire e tu, stanco, entri in riserva.

Si accende una spia arancione.

Piccola, tonda, nell’angolo del cruscotto. Non fa rumore, ma parla chiaro. È un segnale semplice, quasi educato: “Attento. Da qui in avanti ogni metro conta”. E tu lo sai. Sai che dovrai pianificare il tracciato al centimetro, senza sprechi. Sai che non potrai permetterti accelerazioni inutili, distrazioni, scatti d’orgoglio. Ti servirà frugare fino in fondo al sacco, come quando cerchi l’ultima barretta rimasta, quella dimenticata in un angolo, e ti stupisci che esista ancora. Ti servirà trovare la forza dove di solito non la cerchi: nella calma, nella disciplina, nella scelta di fare una cosa alla volta.

Il 31 dicembre è così: l’ultimo sforzo da imprimere ai pedali per completare l’anno.

E lo fai quasi con stupore, ma anche con una specie di rassegnazione lucida. Stupore, perché arriva sempre troppo presto rispetto ai programmi che ti eri fatto. Ti dici che “c’è tempo” tra primavera e autunno, e invece il tempo passa come una discesa presa troppo forte: ti sembra di controllare, finché non ti accorgi che la curva è già lì. Rassegnazione, perché sai che non puoi contrattare: puoi solo attraversare.

E così ti alzi dal letto e strofini le nocche dei pollici negli occhi, come per far filtrare meglio la luce. Socchiudi un occhio, provi a mettere a fuoco. Non solo la stanza: la direzione. Respiri a pieni polmoni e, con un sospiro, cerchi coraggio per affrontare l’ultima salita dell’anno. In quel gesto c’è qualcosa di profondamente umano: non una voglia di prestazione, ma un bisogno di chiusura. Di ordine. Di pace.

L’ultima salita non la pedali per dimostrare qualcosa a qualcuno.

La pedali per finire con dignità. Per rispettare il viaggio, anche se non è andato come volevi. Per dare un senso al sudore che hai versato quando nessuno guardava. Per riconoscere che sei cambiato, anche se non riesci ancora a misurarlo.

E forse il 31 dicembre dovrebbe essere proprio questo: un giorno in cui non chiedersi prestazioni. Un giorno in cui ci si accontenta di una sedia per riposare, senza colpa. Perché riposare non è arrendersi: è scegliere cosa portare con te oltre la cima. Bisogna lasciare andare il superfluo, abbandonare quello che non serve, tenere quello che ci ha cambiati e migliorati. Come in salita, quando capisci che la potenza non basta se non hai ritmo, e che il ritmo non regge se non hai respiro.

Poi, metro dopo metro, arrivi.

Non con l’euforia di una vittoria rumorosa, ma con il silenzio pieno di chi sa di aver chiuso bene. E quando scolli la ruota dalla pendenza e senti che la strada torna ad aprirsi, capisci che la cima non è un traguardo: è un passaggio. E che anche la riserva, se usata bene, può portarti fino in fondo.

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